Al principio della sua vita, Giacomo Leopardi era felice. Nell’infanzia, gioia, furia, « allegrezza pazza» riempivano le sue giornate. Era amato e ammirato dai fratelli. Il padre Monaldo pareva uscito da un’opera buffa: chiacchierone, bizzarro, paradossale, del tutto inetto a sopportare la realtà. La bellissima madre Adelaide non baciava i figli, non dava carezze, ma Monaldo fu per Giacomo padre e madre insieme, con una tenerezza grandiosa e assorbente. L’immensa biblioteca era il centro della vita familiare; Giacomo vi vedeva riflessi l’ordine e l’armonia dell’universo; ogni cosa aveva un senso. Poi l’infelicità piombò su di lui. Cosa accade a Leopardi nel cuore della sua giovinezza? Un « sistema di malattie» si impadronisce del suo organismo. Giacomo non sente più né la natura né la bellezza; il sentimento, l’entusiasmo si dileguano; l’infelicità umana è irrimediabile. Non gli resta che sopportare: arte in cui diventa, in pochi anni, un maestro. Ma la sua mente è innamorata delle contraddizioni, dei rovesciamenti e degli sdoppiamenti. Così, continua a ricercare la felicità, pur sapendo che è un’impresa disperata. La insegue nel piccolo, accogliente mondo aristocratico-borghese di Bologna; a Pisa, nella tenue aria primaverile; a Firenze, tra le luci autunnali del lungarno; tra i gelati, le pasticcerie e i panorami di Napoli. Vive quasi tutto il resto della sua vita celando i dolori, le angosce, la desolazione, le passioni, la solitudine, il dono di essere un genio immenso. Leopardi non conosceva i tempi e i luoghi moderni, non apparteneva a nessuna epoca, né a quella presente né a quella passata. Era a casa dappertutto e da nessuna parte. Questa radicale estraneità gli permise di comprendere come nessun altro il diciannovesimo e il ventesimo secolo, la società borghese e quella di massa. Se leggiamo lo Zibaldone , lampi ci richiamano di continuo alla memoria Nietzsche, Spengler, Adorno. Senza saperlo, Leopardi ci parla di Flaubert, di Kafka, di Musil, di Gadda, di tutti gli scrittori novecenteschi votati alla « disperazione placida», all’incompiutezza, all’analisi ininterrotta, alla condizione di stranieri. Ma al di là dell’intelligenza e della incredibile velocità mentale, in ogni sua poesia echeggia una musica inesprimibile con le parole, quella facoltà misteriosa che gli consente di far nascere sotto i nostri occhi qualcosa che non conoscevamo: la luce della luna. Pietro Citati ci conduce attraverso la vita di Leopardi fino al cuore segreto della sua opera con la stessa sicurezza e partecipazione con cui ha saputo rivelarci l’essenza di Goethe, di Tolstoj, di Kafka, di Proust. Ci sono in questo libro alcune importanti novità biografiche e molte letture fresche e originali. Ma c’è soprattutto, come avrebbe voluto Leopardi, la capacità di immedesimarsi nello scrittore, di seguire ogni minimo impulso del testo, fino a creare una nuova opera, vibrante e appassionata.