Da Troia a Roma, da Achille a Ulisse a Enea: e poi a Romolo, Numa Pompilio, Giulio Cesare, Augusto. Ovidio sceglie di terminare le Metamorfosi con afflato epico, combinando Iliade , Odissea ed Eneide in un unico straordinario amalgama. Ma non dimentica l’ispirazione centrale del suo poema, il divenire. Ne è esempio mirabile, fra tanti, la metamorfosi di Glauco che, respinto da Scilla, si getta in mare dopo aver gustato l’erba miracolosa diventando un dio, nel « trasumanar» che giungerà sino a Dante. Lo dice Pitagora, colui che, in esilio come sarà Ovidio, ha spiegato « i principî / dell’universo, le cause delle cose, e che cos’è la natura»: omnia mutatur, nihil interit , « tutto muta, nulla muore»; cuncta fluunt, omnisque uagans formatur imago , « tutto scorre, e ogni immagine si forma nel movimento». Lo spirito è errabondo, passa dagli animali agli uomini e dagli uomini agli animali: « come la duttile cera si plasma in nuove figure, / e non rimane com’era, né mantiene la stessa forma, / ma pur sempre è la stessa, così l’anima rimane / sempre la stessa, ma trasmigra in varie figure». Scorre anche il tempo, con moto incessante, « non diversamente da un fiume»: come testimoniano le notti, che passano « muovendo verso la luce», e il colore del cielo, che non è « lo stesso quando ogni cosa, spossata, / è sprofondata nel sonno, e quando Lucifero splendente compare / col suo bianco cavallo». Con Pitagora, Ovidio ritorna, alla fine del poema, alla poesia cosmogonica che lo aveva aperto: si riallaccia, come fa notare Philip Hardie nel suo splendido commento, a una tradizione che da Empedocle discende a Ennio, Lucrezio e Virgilio. Con lui, l’eroe della sapienza, Ovidio canta, in perfetta simmetria con il canto di Calliope nel Libro V e quello di Orfeo nel Libro X, « grandi cose rimaste a lungo un mistero». Pitagora, però, è prefigurazione di Ovidio stesso: dopo la trasformazione in stelle di Cesare e di Augusto, le Metamorfosi terminano con l’apoteosi del poeta, che dopo la morte trasporterà sé stesso « più in alto delle stelle»: « Ho ormai compiuto un’opera» scrive « che non potranno cancellare / né l’ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo divoratore / e per tutti i secoli, grazie alla fama, / se c’è qualcosa di vero nelle profezie dei poeti, vivrò».