Capitolo decisivo della poesia del Novecento, Ossi di seppia è un’opera sempre aperta, capace di rinnovare nel tempo, in modo sorprendente, l’originalità e lo spessore delle sue proposte, di pensiero e di soluzioni espressive. A quasi un secolo dall’uscita, avvenuta nel 1925 presso l’editore Gobetti, l’aggiornamento dell’imprescindibile e ormai classica edizione commentata da Pietro Cataldi e Floriana d’Amely offre una nuova occasione per rileggere la raccolta d’esordio di Montale. La introduce uno storico e fondamentale saggio di Pier Vincenzo Mengaldo, che ne analizza temi e stile osservando che la presenza, così importante, del mare « è bivalente: perché dal mare l’io si sente quasi risucchiato, potentemente, come dall’elemento mitico per eccellenza vitale, ma insieme ne è rifiutato, espulso, confinato a terra; il mare è dunque la pienezza, l’integrità impossibile, quella della Vita stessa, contemporaneamente cantata a piena voce e negata al soggetto che la canta». Mentre, sulla visione del mondo montaliana, il critico osserva come non sia esagerato « parlare di posizioni pre-esistenzialiste, anche se di fatto poggiano su altri fondamenti filosofici». Siamo dunque accompagnati nella lettura o nella rivisitazione appassionata degli Ossi di seppia da guide d’eccellenza, come anche Sergio Solmi, di cui è qui riproposto un saggio del 1926, scritto quindi l’anno che segue la prima edizione (la seconda, con ampliamenti e ristrutturazioni, apparve nel 1928, con introduzione di Alfredo Gargiulo). « Poesia fatta di sotterranei trasalimenti, di silenziosi distacchi, di rassegnate riflessioni», ci dice appunto Solmi, rilevando opportunamente « l’aspirazione classica che vive al fondo di questa originale natura di poeta». E ora che questo libro è a tutti gli effetti diventato un classico, sta ai nuovi lettori trovare una volta ancora, nel « male di vivere», il « fantasma che ti salva»; mentre più che mai viva è la necessità, storica ed esistenziale, di sapere « ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».